Ci sono confini interiori che attraversiamo solo quando sentiamo che dall’altra parte potrebbe esserci qualcosa capace di cambiarci davvero, ma siamo pronti a fare quel passo?
La porta del cuore non si vede eppure la sentiamo. È una soglia interiore che separa ciò che mostriamo da ciò che custodiamo con più cura, non è fatta di legno né di ferro, ma di esperienze, paure, desideri e ricordi. Ogni incontro importante bussa lì prima ancora che alla mente, e ogni volta che accade decidiamo, spesso senza accorgercene, se lasciare entrare o restare al riparo.
Non esiste una chiave universale. Le chiavi si costruiscono nel tempo, attraverso l’ascolto, la pazienza e la capacità di riconoscere l’altro come un mondo distinto dal nostro. Aprire la porta non significa esporsi senza misura ma scegliere consapevolmente di condividere uno spazio fragile, è un atto di coraggio silenzioso, perché implica la possibilità di essere feriti, ma anche quella di essere compresi.
A volte la porta resta chiusa non per mancanza di desiderio ma per eccesso di difesa. Le delusioni irrigidiscono i cardini, le aspettative sbagliate appesantiscono la maniglia. Ci convinciamo di essere al sicuro dietro un’apparente autosufficienza, dimenticando che nessuna stanza chiusa può riempirsi di luce nuova. La protezione è un meccanismo di difesa è naturale ma l’isolamento è un’altra cosa, è precludersi a nuove possibilità incluso un nuovo e sano amore.
Aprire la porta del cuore è un gesto che cambia la postura della vita, significa accogliere l’imprevedibile, accettare che l’altro non corrisponda perfettamente alle nostre fantasie e scoprire, proprio lì, la ricchezza dell’incontro. Non è un evento spettacolare ma un movimento quotidiano fatto di fiducia e consapevolezza. Ogni volta che scegliamo di non arretrare davanti alla possibilità di amare quella porta si apre un poco di più lasciando entrare aria, voce e presenza.
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