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Recensione “Il profumo del caffè”

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Autore: Anthony Capella, pagine: 526. Trama: “Londra, 1896. Robert Wallis ha ventidue anni e conduce una pigra esistenza da esteta, tra oppio, vaghe aspirazioni letterarie, una raffinatezza ricercata e languidi incontri con donne di facili costumi. Vive in un limbo ozioso: non più studente, dopo l’espulsione da Oxford, non ha alcuna fretta di trovare lavoro, assistito com’è dalla benevola munificenza del padre. Il giovane bohémien ignora però di avere un dono prezioso: un palato molto sensibile e una “plume” precisa ed elegante, capace di tradurre in parole ogni sfumatura del gusto. Il caso vuole che un giorno capiti al Café Royal, la brasserie frequentata da Robert e da una nutrita schiera di eccentrici nullafacenti come lui, Samuel Pinker, un mercante di caffè basso come uno gnomo e dall’aria compunta e sobria come la sua finanziera senza fronzoli. Perspicace come pochi, Pinker assolda il giovane esteta per un progetto rivoluzionario: creare un cofanetto di aromi per dare al caffè un lessico universale. Il mercante ha una figlia, Emily, una ragazza dal viso espressivo e vivace, e dai capelli setosi e dorati raccolti in una crocchia severa. La razionalità e tenacia di Emily, allevata dal padre all’insegna del progresso e della modernità, compensano perfettamente la mollezza sensuale di Robert e, con grande disappunto di Pinker, tra i due nasce un amore condito da profumi e sapori afrodisiaci.” Il libro alcune volte è prolisso soprattutto nei momenti di descrizione dei vari aromi del caffè; anche in questo libro c’è tanta Africa, inoltre è possibile rendersi conto di come vivevano i commercianti all’inizio della Rivoluzione Indistriale. Anche se la voce narrante è di un uomo, Robert, la storia a mio parere parla soprattutto del ruole della donna nella società di fine 800, in Europa e precisamente a Lomdra e in Africa. Emerge che a Londra il ruolo della donna, paradossalmente, è meno influente nella società rispetto al ruole della donna in una tribù.


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