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Alementi: ecco perchè il grasso ci piace

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Milano, 13 gen. (Adnkronos Salute) – Quella per i cibi grassi e ipercalorici è una passione innata, che si nasconde nella bocca e nel Dna. Un gruppo di scienziati della Washington University School of Medicine, in uno studio pubblicato sul ‘Journal of Lipid Research’, sostiene infatti che sulla lingua – insieme alle zone deputate a percepire il dolce, il salato, l’amaro, l’acido e il quinto gusto chiamato umami – abitano anche delle papille dedicate agli alimenti ‘fat’. Non solo: secondo il team americano, le nostre scelte dietetiche potrebbero essere condizionate da un particolare gene, il CD36, che regola la sensibilità ai sapori grassi. Più questo gene è attivo, e quindi più proteina CD36 viene prodotta, e maggiore è la sensibilità al gusto ‘fat’. Al contrario, esiste una variante ‘pigra’ del gene che riduce la sensibilità ai grassi, spingendo dunque a mangiarne di più per soddisfare il palato, ipotizzano i ricercatori. Una mutazione ‘sfortunata’, ad alto rischio obesità, che interesserebbe fino al 20% della popolazione: una persona su 5. Lo studio, coordinato da M. Yanina Pepino, ha coinvolto 21 partecipanti con indice di massa corporea Bmi uguale o maggiore a 30, considerati obesi. Attraverso esperimenti ad hoc, è stato possibile verificare che la lingua umana è in grado di percepire la componente grassa dei cibi esattamente come accade per i gusti dolce, salato, amaro, acido e umami. Inoltre, è stato osservato che le persone che producono livelli più alti di proteina CD36, rispetto a chi ne fabbrica la metà, sono 8 volte più sensibili alla presenza di grassi negli alimenti, cioè la percepiscono con più facilità. Quindi a loro basta mangiarne di meno per alzarsi da tavola felici. In sintesi, il circolo vizioso alleato dell’obesità sarebbe questo: una dieta ad alto tasso lipidico ridurrebbe la sensibilità del palato ai cibi grassi, ‘addormentando’ il gene CD36 che così produrrebbe meno proteina.


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